stefania's profileDomani non si può mai sa...PhotosBlogListsMore Tools Help

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    November 20

    La guerra dei poveri

    Oggi mi viene da piangere perché ho appena elemosinato un lavoro da una persona che non avrebbe le credenziali nemmeno per essere una mia dipendente. Verrò pagata mediamente 6,02 euro l’ora e guadagnerò 250 euro totali per 5 giorni di lavoro ( 40 ore di lavoro).
    Forse avrei anche il tempo per preparare tutti gli esami, lavorare per la stesura della tesi e fare lavori di merda come questo ma per qel poco che me ne viene, regolarmente non faccio tutto.
    Questo è un incubo di vallette e di casualità dove ci vuole molto più impegno del necessario per raggiungere quello che dovrebbe essere dovuto.
    Ho paura del futuro, ho paura di aspettare il mio Godot perché nulla è sicuro e nessuno ti aiuta e quello che fai non sai se basta.
    È arrivato il momento in cui non mi va più di aspettare ora voglio delle sicurezze. Ho 24 anni, sto cambiando casa con i miei e loro organizzano il trasloco in base all’idea piuttosto sicura che hanno che io per i prossimi 8-10 anni continuerò ad abitare con loro.
    Forse una sola persona tra i miei amici ce l’ha fatta senza aiuti ma lei è brillante, strafottente e molto molto decisa: una rarità.
    Gli altri che sono arrivati da qualche parte o si sono fatti aiutare dai genitori o comunque si sono dati un traguardo bassissimo che a pensarlo fa quasi miseria.
    Tutti gli altri stiamo a combatterci l’un l’altro, a divincolarci in un ingorgo di menzogne e di contratti a breve termine, di favori fatti ai professori, ai datori di lavoro che poi ce lo mettono nel culo allungandoci il tirocinio, di promesse alle quali dobbiamo attaccarci per forza di cose anche se siamo ancora abbastanza lucidi da capire che non verranno mantenute.
    Sono arrabbiata, delusa, ho davvero voglia di piangere e se non avessi un minimo di stima per me forse adesso getterei la spugna. Lascerei il curriculum a quel supermercato davanti casa e camperei lo stesso sul mio stipendio di commessa.
    Ma porco cane, il mondo non ha fatto tutti sti sforzi per farmi rinunciare adesso. Per tutte le donne che non hanno potuto studiare, per quelli che si sono fatti ammazzare per darci una costituzione con dei diritti, per tutti i genitori che si sono sempre fatti il culo per dimostrare ai figli che c’è speranza, per tutte le fottute ore passate a sudare e tremare sui libri, per tutti i miei amici e per tutti gli altri io adesso non mollo. Però il sistema fa schifo ( vero Fra?) e questo andava detto.
    November 06

    Il mio baobab.

    Il Mio Baobab 
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    Mi rendo conto che scaricarlo sarebbe una cosa difficile e esageratamente laboriosa per cui vi chiedo di fidarvi del fatto che la presentazione è molto più laboriosa di così.
    October 21

    Le cose che succedono

    La maggior parte dei post qui pubblicati sono stati scritti a seguito di lunghe riflessioni e correzioni, questo lo scrivo di getto sollecitata dall'avanzare della notte che, come è noto, imbibisce di pensieri la testa degli stolti.
    sono stupita, come in un aforisma inglese, dall'indifferenza con cui spesso mi passano vicine le cose stupefacenti.
    oggi un pagliaccio trascinava una valigia con un grosso fiore di cartone attacato sopra e segnava sul cellulare un numero letto sopra un volantino. gli sono passata vicino e non mi sono accorta fosse un pagliaccio.... a lettere gira talmente tanta gente vestita strana... solo il cerchio che portava in vita ( lo stesso che si mette sul fondo delle gonne dei costumi da principessa) ha attratto la mia attenzione e ho vistoi l trucco, la parrucca e il naso rosso.
    un pagliaccio vero, con un cellulare in mano in mezzo a una strada, non in un circo.
     
    e ci sono cose che ci sfiorano come i pagliacci... al momento penso solo a dolori lievi, sottili come i crampi, solo che prendono i pensieri e che si insinuano senza che ce ne accorgiamo. penso ai miei tarli che mi rodono il cervello, alle cose che non riesco a non pensare a un perchè che rimbalza da una parte all'altra e mi inzuppa, mi tormenta.
     
    lo so che mi leggi anche qui. e sai che la soluzione al mio perchè ce l'hai solo tu. continuerò a chiedertelo prima aspettando che tu legga per caso e poi andando oltre. non è una domanda che può rimanere senza risposta. è una cosa per me troppo importante. aiutami.
    May 30

    DUE

    Nei suoi occhi senza trucco il taglio di uno sguardo carico di preoccupazione e di spavento; Nella faccia nata per restare spoglia l’ansia di chi si sente inopportuna; nelle mani scattose e incerte che stringono la borsa fino a lasciare le nocche bianche, tutte le raccomandazioni di chi è già stato qui;  nei vestiti “buoni” senza moda, riesumati da ogni domenica mattina , l’anima di un paese immobile nel sud, e tutto questo in una donna senza tempo, la donna di ogni epoca, che assomiglia in maniera curiosa al luogo che addosso le ha lasciato tanti segni.
    Inaspettatamente si gira e mi fissa dritto in faccia ma ovviamente non mi vede, sono solo il punto che la salva da questa città feroce. Un matrimonio, una malattia, una nascita o un funerale, qualunque sia l’odioso obbligo che l’ha costretta a venire fin qua improvvisamente mi ritrovo a pensarci anche io. Vorrei rassicurarla ma poi è la mia fermata, scendo dalla metro e la lascio sola in mezzo a una calca di braccia indifferenti e stanche che non si occuperanno di lei.
    May 05

    UNO

    La prima immagine che ho di lei ogni volta che la penso è uno scatto che a lei non è mai piaciuto perché si vede brutta e che per me invece è sempre stato eccezionale perché in una foto miracolosamente ho preso LEI.

    Donna. Nei suoi occhi sembra esserci una madre e ho sempre avuto un po’ soggezione di quello sguardo che mi faceva tanto più paura quanto più lei si confidava con me svelandomi la vita che c’era dietro.

    I suoi gesti di lei dicevano tutto: la fermezza senza indecisione con cui toccava ogni cosa e il modo sfrontato con cui camminava e si vestiva, venivano traditi solo quando la vedevo abbracciare qualcuno: improvvisamente umana, dolcissima, quasi bisognosa di protezione.  Leggendo non credo che si ritroverebbe in questo.

    Una volta in cucina mentre mi preparava il caffè guardavo la sua pancia e il suo splendido culo; non sono sicura si renda conto di essere bella e forse i segreti del suo indiscusso fascino sono un mistero anche per lei.

    Questo mi colpiva: l’indifferenza per le cose superflue e la coerenza naturale di ogni sua espressione: insieme bambina e adulta quando con i calzini a righe colorate, fumando seduta sul balcone della sua stanza racconta il suo futuro e sembra che intrecci i fili del mondo
    February 03

    Italian Sar Moon

    Non riesco più a scrivere una riga ( e secondo il giudizio di molti è un bene) ma mi improvviso regista e vi sparo un altro video...

     

    January 28

    Il cambio della Guarida Ceca

        
     
    Ringrazio la "BATTI IL CINQUE PRODUCTION" per questa gentile concessione.
    January 10

    ESSERE E AVERE

    All’università sinora ho capito solo cose che sapevo già, ma mi sono penetrate nelle ossa come il terrore di un incubo che pure quando ti svegli continua ad afferrarti la gola.
     
    Un paio d’anni fa mi lamentavo della mia triennale, ma pure se frignando alla fine mi sono laureata con un bel 106 su 110 e da una settimana seguo i corsi di una laurea specialistica gestita da scienze statistiche e da scienze della comunicazione e presto, da brava studentessa universitaria, potrò ricominciare a lamentarmi di qualcosa, ma questo è l’argomento di un altro intervento.
     
    Dicevo, nel nuovo corso ho imparato cose che sapevo già. Il nostro professore spiegandoci le teorie sociali, non fa altro che sottolinearci quanto siano svalutati i titoli di studio, quanto valga sempre meno la nostra sudata laurea e di quanto bla bla bla... cose che- ripeto- sapevo già, ma la novità era che la spiegazione era particolarmente avvincente. 
     
    Però finita la lezione portata avanti come un’orazione da foro con una grande commozione nel tono della voce e con ampi gesti tragici e coinvolgenti, il prof facendo sfavillare i suoi occhi da dietro gli occhiali, chiede la partecipazione della classe e…
     … e un nero annoiato silenzio risponde a tanto entusiasmo.
     
    Se fossimo stati in un fumetto subito dopo il quadro con le stelline sulle lenti di Sgritta sarebbe apparsa l’inquadratura di noi inetti, con qualche aereopalnino di carta volante e lime rapide a smussare unghie pittate, sorvegliati dal ronzio del microfono e dell’unica mosca vagante.
     
    Il nostro prof scosso dallo sconforto ci guarda tramortito e afferma con voce ferma e assente che siamo la classe meno partecipativa che ha conosciuto. La cosa oltre che mortificarmi, mi ha fatto riflettere.
     
    La nostra laurea non vale niente perché non ci importa nulla di prenderla. Lo facciamo perché tutti lo fanno e perché senza non troveremmo un lavoro, che poi non troviamo nemmeno con quella in mano. La laurea non vale nulla perché non muoviamo un dito se non c’è riconoscimento ufficiale dietro. Non so, un voto, un attestato, cinque crediti o la stretta di mano timbrata di un preside.  Tutto perché studiamo e prendiamo trenta ma non ci importa veramente nulla di capire. Perché non proponiamo un’idea se l’insegnante non ci sollecita.
    Non facciamo nulla per niente, nemmeno per noi stessi forse, e non lo facciamo perché tanto la laurea non serve a nulla. Non abbiamo capito ( e questa è l’unica cosa nuova che ho seriamente immagazzinato anche se già la conoscevo) che dobbiamo studiare per avere il miglior riconoscimento ufficiale che ci serve come garanzia, come presentazione ma che da solo però è vuoto, e una volta raggiunto quello fare tutto quello che ci è possibile fare per apprendere di più, per diventare persone e non solo studenti.
    La differenza tra uno studioso e uno studente forse risiede in questa autonomia che appartiene al primo e che il secondo scansa tanto accuratamente. Mi rendo conto che più di ogni tirocinio, più di ogni esame serve impegnarsi nel raggiungimento dello scopo e che bisogna vestire a lungo e umilmente i panni dello studente prima di essere pienamente una studioso.
     
    Diciamo che non mi serve a nulla un altro titolo di studio. Non mi serve a nulla se non mi impegno a completarlo e questa scoperta che mi porterà il peso di una croce sarà sicuramente anche la mia unica salvezza.
     
    September 03

    MEZZO VUOTO. MEZZO PIENO.

    Si calò nella vasca da bagno e capì che c’erano solo due modi d’interpretare la cosa:

    pensare a se stessa, maledettamente sola tra le candele profumate, e sentire una nostalgia piacevolmente indeterminata per un ignoto “Signor X”, disperso in chissà quale parte del mondo, e del tutto ignaro della necessità della sua presenza in quella stanza in quel momento, oppure pensare a se stessa  completamente sola, tra le candele profumate e il resto, sentendo un atemporale benessere tutto nudamente femminile, con un vago aroma di patchouli e altri pensieri di fiori d’oriente.

     

    Nell’indecisione si sollevò un secondo per spiarsi nello specchio e trovò incredibilmente bello il suo corpo ricoperto di schiuma scivolosa. Socchiuse gli occhi e immaginò il profumo del “Signor X”, l’uomo mai incontrato che amava da anni, e senza pensare seguì con un dito le linee del proprio corpo; poi aprì gli occhi e si sorrise nel vetro appannato.

     

    Si rituffò nella vasca, decidendo così di godersi quel bagno, e un’onda calda esplose a terra mentre lei rideva col riso tonante e amaro di un cuore spezzato.  

    July 06

    Petrolini

    Ettore Petrolini è nato a Roma il 13 Gennaio 1886 ed è stato un grande attore e regista italiano fino al 1936, quando dopo una brillante carriera tirò le cuoia ( a lui questa espressione sarebbe piaciuta).

    Il suo pregio particolare sta nell’aver vissuto in un periodo un po’ particolare della storia del teatro, dove gli attori si prendevano ancora tantissimo sul serio, e dove i drammi, i melodrammi, i drammoni e le cose inutilmente difficili andavano davvero per la maggiore, introducendo una recitazione innovativa e comica che poi sarebbe diventata la base artistica di molti suoi successori; due tra tanti Totò e Proietti.

    Lui amava i vocabolari ma odiava la scuola, tanto che non la frequentò mai e tutto quel che apprese  lo imparò dalla strada (o almeno così diceva).

    Soffriva enormemente del fatto che la gente, anche fuori dal palco, sorridesse ai suoi personaggi e non  a lui, e quindi a parer mio era un buffone profondissimo che al tempo -forse- nessuno prese sul serio.

    Voglio farvi vedere questo video che è tratto dal film PETROLINEIDE (file praticamente introvabile) ma è tratta dall’opera teatrale scritta da lui e chiamata appunto NERONE.

    Immaginate un pubblico composto di persone che sono entrate in teatro solo per ridere, e sulla base delle poche informazioni che vi ho dato… beh, buona visione.

     

     (per altre informazioni su petrolini guardate pure http://it.wikipedia.org/wiki/Ettore_Petrolini oppure http://www.italiamemoria.info/petrolini/petrolini.htm.

    Non è molto ma per noi poveri blasfemi ignoranti può bastare) 

    May 07

    origami

    Io sono i miei pensieri puliti

    sulla pagina bianca

    che vive

    di righe ordinatamente spezzate.

     

    Chi mi tocca

    straccia tutta questa carta,

    che vola via come i pensieri

    che vola via come la carta.

     

    E resta solo il reale

    che io non conosco,

    che io non so toccare.

     

     

    Caffé, sigarette e condizioni favorevoli al fatto producono nervosismo e quindi tremori.

    Battiti accelerati e deconcentrazione devono essere gli altri effetti collaterali.

    La costante instabilità fisica e psicologica comporta l’assenza del controllo emotivo e motorio, quindi, devo rilassarmi e smettere di avere questo senso di paura.

    Mi sento pulsare il sangue in gola come se a tratti il cuore dovesse pompare coaguli, devo respirare per non svenire, ma ora mi calmo, mi distraggo un attimo e tutto passa.

     

    È solo una filastrocca del dormiveglia, e da stamattina mi tormenta….non capisco cos’è che mi fa quest’effetto.

    È aver letto tutte le mie pagine, anche quelle che ancora non ho osato scrivere, che mi fa questo effetto, perché per ora faccio solo finta di sapere che cosa scriverò.

    È sapere che penso qualcosa che non riesco a dire e che un giorno mi fagociterà che mi fa questo effetto.

    Mantengo un controllo che la realtà chiama finzione, e mi ostino a difendere le mie idee , con l’espressione compunta e beffarda di chi ci crede veramente.

    Le difendo come se conoscessi un’altra opzione, ma so benissimo che non è così.

     

    Gli altri sono calmi e io devo essere come loro, ma non posso, ho i ragni nella mente! E tutto si muove geometricamente senza direzione; un fantasma mi ruba il fiato e il piglio, ma io sono calma.

     

    Se respiro mi rilasso e il mio cuore batte normale; 23x4= 92 battiti al minuto da ferma.

    Sto male.

    La cosa mi agita, non devo pensarci.

    È pieno di rumori e di gente in questa biblioteca, ma sto bene, si, sto bene, non sono a disagio e non voglio andare a casa, pure se  pulsa tutto, pure nei polsi.

    Parole, sono solo parole.

     

    Con i battiti normali io sono come tutti gli altri, costruita delle stesse piegate, copiate, codarde parole. Vivo di quello che dico e ignoro per la gran parte quello che penso, è questa la verità.

     

    È sapere che ho delle pagine da scrivere che mi fa questo effetto, ne sono sicura.

    È sapere che prima o poi le avrò scritte tutte, e allora io crederò di essere quelle parole, crederò di essere quella costruzione di carta e quindi avrò confuso tutto.

     

    È sapere che

    Chi mi tocca

    straccia tutta questa carta,

    che vola via come i pensieri

    che vola via come la carta.

    Che mi fa questo effetto.

     

    April 19

    Italian Power rangers

      
     
     
    Nella vita bisogna pure sapersi divertire... 
    April 17

    L’impero delle luci; fine di una storia, quadro di Magritte.

    Era luce un attimo fa, e ora mi ritrovo distesa sul letto di questo amore consumato. Lenzuola verdi a pois e dietro la tenda, e ancora oltre la ringhiera del balcone, il sole tramonta pallido senza vergogna.

    Sono io ad essere indifferente, eppure mi sembra che sia il giorno ad andarsene di spalle.

    È tutto così evidente che l’aria che soffia dentro le fessure mi sembra l’anelito di un’esplosione.

     

    Chissà chi è questo sconosciuto che mi guarda, e che non capirebbe nemmeno se glielo spiegassi che il giorno ci sta parlando, lui che non vede il vento triste e pensa che sia normale.

    Lui mi guarda e non vede i ricami sulla carne bianca, nobile arabesco, valzer di luce e ombra  proiettato dal merletto della tenda che ingigantisce ad ogni passo comandato da questa musica frusciante; lui mi guarda, e vede solo me.

    Non si accorge di questo vuoto, pieno del quadro di Magritte; non so nemmeno se si è accorto che siamo solo corpi, e che appena il sonno colpirà uno dei due, l’altro resterà solo nei suoi occhi sgranati.

     

    Ho l’impressione che questo giorno stia durando troppo a lungo, per colpa della mia indecisione e che la notte possa finalmente cadere solo quando mi alzerò da qui. Lui nemmeno sa che dovrebbe andare.

     

    Ultimo respiro e la tenda si muove, e muove il vestito che mi danza addosso.

    Nella penombra non c’è più niente, restiamo solo due animali nudi. Di tutto.

    Mi rivesto senza una parola, non c’è più niente, non c’è più niente da dire e so che lui non capirà.

    È lui ad addormentarsi con la notte, e tutto finisce; inevitabilmente sulle pupille dilatate una lacrima mette il punto.

     

    .Buio.

     

     È notte, e ora che non vedo niente, ora che anche lui scompare, è  inutile restare.

     

    February 12

    Le tre e venti

    Ho 22 anni e quando cammino per strada la gente si volta o distoglie lo sguardo; perché ho 22 anni   e sono un’omicida.

     

    Ho ucciso un ragazzo piantandogli una forbice nella schiena, e quella lama ha lasciato una cicatrice seria sulla mia espressione, un segno che non mi permetterà MAI di avere una vita normale perché anche gli alberi quando passo mi mormorano dietro “assassina”.

    Avevo otto anni quando quel bastardo di sedici dopo un’estate passata a tormentarmi prendendomi in giro e alzandomi la gonna cominciò a pestare di botte il mio gatto perché mi rifiutavo di consegnargli le mie mutandine.

    Non servì a nulla pregarlo di smettere.

    Con la faccia sporca di polvere e lacrime corsi nella sartoria di mia nonna e poi, tornata al campetto, mentre lui faceva rimbalzare a calci il mio Edgar contro il muro, gli ho assestato un colpo a sorpresa con tutta la rabbia e la forza di una ragazzina di soli otto anni che ha una mamma depressa e un padre spesso assente.

    Alle tre e venti di un pomeriggio d’estate, sotto un sole impietoso, nella solitudine più misera LUI pugnalato alle spalle moriva rantolando sulle budella sparse del mio gatto.

     

    Al tempo del processo mia madre non smetteva di piangere e ripeteva che la nostra vita era rovinata che non c’era futuro che tutto era perduto.

    Mio padre la sera mi rimboccava meccanicamente le coperte, mi dava la buona notte ( anche quella di mamma) e poi mi diceva che non era colpa mia, che tutto sarebbe passato, ma da quel giorno, nonostante i suoi sforzi di sorridermi bonariamente non è più riuscito a guardarmi negli occhi.

    I giornali e l’opinione pubblica mi difendevano e mi compativano quasi all’unanimità, perché ero piccola, debole, e soprattutto inconsapevole.

    I bambini però mi evitavano, non venivano alle mie feste, e i miei cominciarono a invecchiare precocemente mangiati dal dispiacere, così ho imparato a farmi forte e da innocente sono cresciuta sola.

     

    Ora ho ventidue anni e col tempo sono diventata la donna che ha ucciso un ragazzino; sono la femmina vendicativa che ha ammazzato un poveraccio per follia o emancipazione e la gente non ha pietà per un mostro senza cuore come me.

     

    La mia punizione arriva ogni giorno, puntuale alle tre e venti, e prevede che il mio dolore e la mia colpa crescano e imbianchino con me, mentre LUI, un sole dopo l’altro, muore ogni volta più giovane e puro di quanto non avrebbe potuto fare se io non lo avessi ucciso.

    January 27

    LA TORTA

    Scrivere è un bisogno naturale e infatti come il mangiare, se non ci penso o non è tempo,è un desiderio che resta nascosto, finché uno stimolo  non lo porta prioritario all’altezza del ventre.

    Un anno di digiuno nel tentativo di raggiungere un “ raccoglimento interiore”, un “reset cognitivo” o “restyling delle percezioni” (virgolette,tante virgolette) , ma il gorgoglio che ho allo stomaco ormai è così forte che quasi ha voce propria.

    Amicizia, sesso, amore... potrei fare un gran parlare delle questioni che mi hanno inseguita mio malgrado, crogiolandomi nei discorsi che non vi cambierebbero.

    Assumerei meravigliosi toni criptici e vagamente saggi parlando di verità che per altro non ho, e direi parole che quindi, non direbbero nulla.

    Vi parlerò piuttosto delle notti incappottate nel cielo rustico di Collelongo e di quelle passate seduta in un oblò masticata da una nave e da un buio che spaccano il mare.

    Vi dirò dei miei sogni di Magritte fatti stesa su lenzuola verdi a pois, o degli arabeschi nobili che le ombre delle tende imprimono  sulle carni bianche e umide degli animali.

    Vi dirò del fracasso sonnolento del corridoio interminabile in un albergo, dove la solitudine viene a trillarti nelle vene.

    Vi dirò di quei luoghi e di quelle persone che tra segreti e fiabe, tra sampietrini e birra, ogni volta che volevo sparire mi legavano parole in gola allontanando l’agognato ZERO.  

    Non posso raccontarvi le conclusioni, ma posso dirvi qual'è il percorso che inevitabilmente mi ha riportato al punto di partenza con in tasca due insignificanti idee in più.

    È finita l’astinenza che in realtà non è mai cominciata e ora dunque devo cominciare a digerire o vomitare tutto quello che in questo anno ho fatto finta di non pensare.

    March 12

    Rosso

    Sono di nuovo innamorata dell’amore, di quella cosa evanescente, intoccabile, irraggiungibile che per necessità si fa piombare nel corpo di un altro, tenendola lì finché si può, incatenata alla pelle e alle ossa.

    Si schiaccia l’amore pestandolo sotto particolari, costringendolo a deperire a causa di abitudini che cerchiamo consapevolmente. Dobbiamo materializzare quel sentimento.

     

    Poi un giorno sbrocca. L’amore dico. Spacca le reti e la maglia di pelle e vola via, lascia il corpo in frantumi, lascia la sua scia e noi tutti belli convinti che quel colore sia il cuore distrutto.

     

    Stare lì a piangere persone e rapporti è come cercare nella sedia vuota la presenza di chi si è appena alzato, fissare quel posto… per me si diventa pazzi così.

    E mentre l’amore, che è l’unica cosa di cui necessitiamo se ne sta lontano, noi ci rassegniamo a quella gabbia che abbiamo costruito. Amiamo la gabbia evasa, ecco quello che succede!

     

    Io non sono così. Io sono innamorata dell’amore.

    Amo le persone che sono riuscite a trattenerlo un po’ per me, ma loro sono solo il mezzo.

    Io cerco di trovarlo e lui ogni tanto si fa sfiorare. L’amore è bastardo perché sa che più mi illudo di poterlo raggiungere, più lui sa di diventare importante. E io lo inseguo. A lui posso perdonare tutto, anche la cattiveria di costellare il mio passato e il mio tempo di poveri corpi.

     

    Narciso! Mi sorride da lontano e io che mi lacero.. povera stupida!

    È così che va il mondo; e noi che pensiamo di cercarci l’un l’altro e invece siamo solo dei mezzi.

    February 27

    Cinque minuti

    “Vorrei chiedergli come mai è così serio.”

     

    Uno qualsiasi dell’università, uno qualsiasi del mondo.

    Uno di quelli che cominci a parlarci per caso, uno di quelli che ti piacciono a pelle ma con i quali non ti sforzi mai di capire e dici “magari domani”.

    Si, domani magari mi fermo a parlare, di niente di che e poi chissà, magari è come sembra e allora gli posso chiedere come mai è diventato più serio. Si, magari....

    Una domanda personale, curioso che la voglia fare proprio a lui… a uno così….. ma perché a lui!

     

    Poi una mattina lo incontri inaspettatamente nell’ombra gelida davanti alla biblioteca, lo saluti e lui si accende una sigaretta.

    I primi quattro tiri si parla di esami ( ora non è il momento);

    altri due tiri e perdi tempo con “esame interessante” ( stiamo svagando!);

    un altro tiro e… forse ti parla ancora di università, però tu non ascolti altro che al domanda che vorresti fargli e la tua coscienza che te lo impedisce.

    Altro tiro e si fa il silenzio. Un silenzio che è urgente riempire di parole vuote, quelle parole che impari a memoria che richiedono risposte standard… parole insomma che ti permettono di pensare ad altro.

    E intanto lo guardi negli occhi… provi piacere nel farlo…. Se solo non ti imbarazzasse così tanto!

    E mentre guardi i suoi lineamenti normali ti accorgi che quello che hai detto e fatto fin lì non è quello che avresti voluto. Manca poco ormai.

     

    Il mozzicone rotola vicino al tombino a due passi da noi, sfuma in una pozzanghera e poi si acquieta. Lui mi guarda, un attimo di silenzio ancora… poi un’esortazione incerta:“andiamo a studiare?” . Mi sorride, mi tiene la porta ed entriamo.

    Ognuno al suo posto, ognuno a studiare e la domanda la porto via con me.

    Cinque minuti. Il tempo esatto di una sigaretta è anche il tempo che mi sarebbe bastato a smettere questo pensiero.

     

    Cinque minuti e dopo, un mare di cose che sarebbero potute cambiare.

    Quante sigarette che lascio cadere e spegnersi a due passi! Ma in cinque minuti… in dieci sospiri… non ce la faccio eppure  vorrei mi bastassero per poter cambiare tutto.

    January 31

    Blu

    Mai provato a fare una cosa stupida come guidare una notte d’inverno su una strada deserta, con i finestrini spalancati, pistando sull’acceleratore finché l’aria in faccia non dia la netta sensazione di precipitare? Perché domani non si può mai sapere, e visto che non sono certa di poter portare con me i fatti almeno mi porto le sensazioni. Una strada che sibila e punge come quella che mi porta in Calabria… giù, profondo sud. Tra gli alberi in letargo, ai lati della strada, verdi di rampicanti e rossi d’inverno, ho come la netta sensazione che quello che guardo sappia esattamente dove sto andando e perché, eppure ne rimanga saggiamente estraneo e indifferente. Mia nonna è morta. Da poco. Incapace di definire quello che sento, penso di avere un sentimento blu, vischioso, morbido e profumato di buono in fondo al cuore, che si agita lento che si prepara per uscire. Rotolando verso sud ( curioso che uno stupido ALLEGRO ritornello estivo si adatti così bene al pellegrinaggio TRISTE verso la mia terra) l’asfalto ruvido scivola troppo veloce per le mie certezze che si diradano e svaniscono. Sentimento blu vischioso che profuma di buono e di benzina. Con le gambe ancora intorpidite, in piedi davanti a lei, ecco che capisco cosa vuol dire. Ora so di saper piangere sinceramente solo con la faccia seria; con le lacrime calde che non sono tristi ma solo il pegno del mio egoismo, un omaggio all’umanità di mia nonna che è la stessa che io perdo. Le lacrime compatte non mi impediscono nemmeno un attimo di vedere lei, stesa sotto un velo bianco, che sorride ( sembra che respiri ma io so che non è così). Sembra che respiri, ma io SO CHE NON E’ COSI’. La finestra aperta e fuori solo il silenzio ORA che si siede lì sotto e aspetta. Tocco le sue guance; ho ancora l’idea che sia viva. Mi sembra morbida e calda come lo può essere una vecchia, la mia vecchia… quella che ogni estate mi rifila lenzuola orrende, quella che crede nel mio corredo e nel mio matrimonio e mi benedice e io ringrazio il cielo per questo anche se rido. E poi quel bacio sulla fronte il gelo marmoreo improvviso attaccato sulle mie labbra calde da giovane. E poi il silenzio perché la mia lingua non porti via quel SUO gelo. L’idea di quel mezzo sorriso e della gente fuori che parla di affari sottovoce ( e io devo uscire per permettere a loro di entrare). La sua religiosità, trattenuta ancora tra le sue mani e io, in piedi, fiera come sempre, recito un Padre Nostro dolce profondo e implorante come non lo avevo mai sentito. Come non avevo mai potuto. Ora, ora che non sono più bambina ora che sono superba. Al cimitero finalmente solo noi, noi da soli, senza quella gente estranea che non capisce il blu, che mi stringe la mano e si presenta, e mi saluta come se mi importasse, come se poi potessi ricordarmelo. Il giorno dopo al cimitero, sotto il cielo grigio del cimitero, la bocca di mia nonna semiaperta e lei per la prima volta morta, ora la guardo senza una lacrima. (Ciao nonna.) Chiudete, chiudete pure, ma non fatemi sentire il trapano e il martello. Non voglio. E poi… ancora asfalto. Asfalto grigio e pulito di pioggia. A casa di mia nonna ancora noi, uniti anche tra gli estranei, ed entrando nella stanza non c’è più il silenzio; né silenzio né rumore, ma solo l’odore acre e soffocante di morte che individuo con una cinica razionalità. Che venga aperta la finestra! Quella puzza deve andar via. L’odore vivo di mia nonna morta. E poi… poi le lettere. Migliaia di parole al suo Signore, al Nostro Dio, a qualcuno che se la DEVE prendere! DEVE anche nel caso non dovesse esistere. Le lettere ai figli, ai nipoti, lettere in cui mi cercavo senza trovarmi troppo come a cercare le cose che non le avevo mai chiesto. Lettere sue che noi cugini terza generazione leggiamo tutti vicini come se fosse Natale NATALE è quando…….. NATALE è quando…….. quando…….. ………….è morto nonno. E poi, fumoso come nebbia, impalpabile, incomprensibile eppure evidente, si adagia a terra proprio dove ogni tanto qualche sguardo si fissa, un affetto, il sangue che ci lega, il senso di famiglia. I miei zii, mio padre, lavoratori, buoni, di destra, seri, composti e fieri, tristi, forti. I miei uomini, bravi, che quello che sono lo sono profondamente. Ogni cosa e sempre. E io seduta sul divano di pelle marrone, quello su cui lei non ce la faceva più a sedersi; a fissare tutto a vedere quello che non si vede; la finestra aperta come se fosse estate ma lei non c’è e in realtà fa pure freddo. Le foto, le lettere, quel sorriso fermo e i fiori bagnati a terra sotto il cielo del cimitero. Ogni cosa profondamente, perché è così che è la mia famiglia. Mai provato a guidare con i finestrini spalancati in una notte limpida e gelida su un asfalto che fa precipitare lacrime ferme, profumate di buono, vischiose e blu? Pistare a fondo sull’acceleratore per salvare le parole, perché domani non si può mai sapere e di oggi non so che può rimanere, se non questo.
    January 02

    La vera storia di Babbo natale ( terza e ultima parte)

    Infatti al maggior parte delle cose che si pensano su babbo natale non esistono!  

    Nicola non era altro che un omino qualunque, viveva nel suo paese artico con la moglie, i suoi nipoti, e tutto finiva lì.

    Aveva una piccola bisca illegale, importava rum e sigari da cuba, organizzava spogliarelli e aveva messo su una trattoria niente male.

    Campava così, tutti lo sapevano ma nessuno diceva niente.. la falegnameria era solo una scusa. Altro che bambini… rendeva felici tutti i maschi del paese!

    Ma chiariamo la storia dei regali: alcuni uomini spesso si trattenevano a lungo nella bisca segreta ed erano costretti, per questo, a raccontare balle madornali alle loro mogli. La più comune ovviamente era quella del viaggio di lavoro che li tratteneva fuori e bla bla bla.

    E i regali? -Direte voi- i regali dove sono? Ebbene, non è chiaro? Cosa fa un padre e un marito che torna a casa dopo una bugia di lavoro? Porta dei doni, così si sente meno in colpa…

    Il fatto che i regali fossero vicino Natale dipendeva dalla neve che spesso bloccava i turisti per molti giorni in mezzo alle montagne. Ovvio. Così una tradizione prese il via…

    Ora però bisogna spiegare come passò dall’essere un omino abilissimo con gli affari ma riservato, al grosso ciccione che tutti noi conosciamo.

    È chiaro a tutti che il signore in visita col gessato blu altri non era che il sig. coca-cola!

    È naturale che due magnate del commercio o si uccidano o si uniscano.

    Nello specifico scelsero un patto di reciproca pubblicità e cioè:

    La coca-cola faceva di babbo natale la sua mascotte; una sorta di specchietto per le allodole che con la sua infinità bontà avrebbe distratto il pubblico dal contenuto della bottiglia e dai giri che vi erano dietro. Va da sè che più il nonnino sarebbe diventato famoso più gli affari sarebbero aumentati sia per la fabbrica della bevanda, sia per la bisca del nonno!

    Mentre i bambini allocconi stavano li a contare le renne bevendo bollicine con liquido intorno, i papini si sarebbero raccontati la vera storia di babbo natale e della sua bisca.

    Cambiamenti visibili solo la mole del nonnino che aumentava a dismisura e il costume da bottiglia che Nicola indossa tutt’ora. Si, parlo del vestito rosso ovviamente!

    E sotto quella barba bianca e dietro quella pancia grossa cosa c’è? Soldi a palate da tutte le parti! E tutto l’affare si dimostrò talmente tanto vantaggioso che cominciarono a beneficiarne anche le industrie dei giocattoli, dei costumi, del cinema, dei tovaglioli,  dei taglialegna, delle conigliette di play boy ecc!!! Quale bambino medio occidentale non conosce l’omone? Per un centinaio d’anni l’accordo è andato bene, e pure la signora natale ( hana beph, meglio conosciuta come bef-ana) ha avuto la sua gloria e la sua giornata annuale, ma questa è un’altra storia…

     

    Come finisce però tutto questo tran-tran?

    Nel peggiore dei modi. Ovviamente.

    Babbo Natale si è lasciato prendere la mano… ha dimenticato pure quel po’ di buono che c’era in lui, il ruolo che i bambini gli avevano attribuito suo malgrado e… e quello che è successo lo potete vedere tutti.

    Ha ceduto il suo ruolo e la sua immagine, ha delegato ad altri i suoi compiti.. è diventato così importante che prima ha messo un esercito di falsi babbi natale nei centri commerciali, poi ha abbandonato le renne. Si è comprato un tir che vola ora, dentro c’è Adriana vestita come lui (a lei serve meno stoffa l’animaccia!) che getta telefonini dal portellone posteriore.

    Ho visto in tv ( e la tv dice sempre la verità) che ha cambiato look e ora porta pure lui il gessato. Si tinge i capelli e si è tagliato la barba… gira con una bionda ora.. (è un film.. questa non potevate capirla).

    È così importante che si può permettere di non lavorare nemmeno l’unico giorno che dovrebbe: mediaworld fa tutto per lui. Lui dorme davanti i regali e al nostro benessere ci pensa il mega store.

    L’epilogo e il tracollo però stanno tutti nel colpo basso che la coca-cola ha mollato a babbo natale tagliandolo fuori dal progetto: la cola mette i premi all’interno dei bicchieri di carta ( anche questo l’ho visto in tv e la tv non mente mai) e babbo natale trova la sua cassetta della posta vuota… i bambini preferiscono un Mc menu a quel panzone.

    Poi non vi dico le ladre di trucchi che vanno a rubare a casa sua! E che dire dei papà natali con i pandori? Milioni di casi simili.

    Babbo natale non esiste più, ma è rimasto il suo spirito. Babbo natale è lo spirito del natale ora… ora più che mai! Eccola la verità… babbo natale è morto e solo ora esiste. Provate a darmi torto!

    December 19

    La vera storia di Babbo Natale (Parte seconda)

     

    In un anno imprecisato, pochi giorni prima di Natale, la guardia di finanza, con un blitz, sequestrò i registi dell’officina di Babbo Nicola, dove ormai lavoravano centinaia di elfi, e sulle prime pagine dei quotidiani cominciò a sorgere il caso NATALE.

    Il signor Nicola ,per i giorni che lo videro al centro dell’attenzione, continuava a sorridere imperturbabile ai fotografi fuori dai tribunali e rassicurava i fans circa l’equivoco su cui si basava tutta quella baraonda: “ E’ solo un errore!”

    Inspiegabilmente il caso venne chiuso in un tempo relativamente breve e venne fuori che aveva infranto qualche regola irrisoria, forse non aveva montato le catene da neve alla slitta, o aveva dimenticato di fare qualche scontrino, non ricordo, fatto sta che i suoi avvocati in gessato blu e pelliccia di lupo siberiano riuscirono a farlo uscire pulito dalla faccenda con la sola noia di dover pagare una multa che avrebbe potuto sostenere pure la paghetta di un bambino.

    Pochissimi, tra lo scalpore mosso, notarono il trafiletto a pagina 32 di un giornale minore che insinuava sospetti circa la morte del magistrato che curava il caso NATALE con annessa scomparsa dei registi, l’articolo a prima pagina intitolato “giustizia è fatta” evidentemente basta a tutti.

     

    Da quel giorno il nonnino grassotto cominciò ad essere chiamato “babbo Natale” e il suo nome volò di bocca in bocca anche più veloce della sua slitta.

    L’opinione pubblica dimenticò ben presto il caso sconveniente e il plauso intorno all’uomo aumentò a dismisura. Quanti regali! Quanta gioia peri i piccoli piezzi e core di tutte le mamme! La sua figura zuccherosa ammaliava i piccoli e intimoriva un po’ i grandi che, però, seppero utilizzare al meglio il suo potere mediatico minacciando i figli con un mancato recapito di doni.

     

    Per molti anni la stabile figura di Babbo natale imperversò tra le favole, le pubblicità e gli spot televisivi; un omone rosso con un sacco in spalla che nessuno vede mai e che porta i doni a tutti i bambini del mondo. Mangia biscotti e nonostante la mole si cala dai camini con il suo sacco.

    Ma cosa c’è di vero nella storia di Babbo natale? Da dove arrivano tutti quei regali? Come mai nessuno lo vede mai? La risposta a queste ad altre domande esiste, infatti…